September 4, 2007

Guido Ceronetti. Lo scrittore, poeta e “filosofo ignoto” de La Stampa compie oggi 80 anni 

Caro Guido,
per tutti coloro che camminano sulla terra come la piccola sirena di Andersen - che impudente esagerazione, uscire dal mare e arrancare in quest’impresa senza futuro! - tu sei compagno, amico, poeta, medico molto speciale. Lo sei stato per me lungo gli anni, e poco importa dove ti sentivo presente, vicino: se nel tempo immaginario o in quello che chiamano reale, se nei luoghi della mente o in quelli fatti di terra e di acqua e di pietra.
Compagno e amico come nell’età antica, cioè nell’età adolescente. L’adolescenza è quello che insegni e che vivi e che scrivi: è il primo segno che mi è venuto da te. Solo l’adolescenza accompagna e ama, d’un sol fiato e quasi in affanno. Solo un adolescente fugge se i due sentimenti si divaricano, o se uno dei due si dissecca lasciando in vita solo l’altro. Solo un adolescente è specchio perfetto dell’amicizia di Chamfort: quell’«amitié extrême et délicate, souvent blessée du repli d’une rose». L’adolescente brucia e si consuma, con o senza fiamma, ed è perché brucia e si consuma che ha sete di alto. A proposito di rose, vorrei resuscitarne due. Una la portasti sulla tomba di Verlaine, un giorno che visitammo il cimitero di Batignolles: il luogo era terreo, c’era dappertutto polvere d’autostrada - incombe sulle sacre spoglie il boulevard périphérique - e sopra la tomba non ricordo se fosse un ponte o una strada sopraelevata che ci spaurì, piuttosto pareva una cometa di cemento. La tua rosa trasfigurò il crimine. L’altra rosa che ricordo la porgesti a una cameriera che rassettava la tua camera d’albergo, forse il Recamier. Ti congedavi con quell’inchino di profumo da un altro luogo - gli alberghi - che il crimine insidia.
Poeta, perché con questi gesti - la rosa per Verlaine catturato dal périphérique, la rosa alla cameriera che rassetta l’abitacolo di un albergo - mostri come sia possibile abitare poeticamente quest’aiola che ci fa tanto feroci. Tutto il tuo essere e il tuo dire sono questo: abitare poeticamente l’aiola che ci fa tanto feroci. La nostra amica Maria Paczowska disse di te: «Guido è un chevalier». E poi: «Guido è uomo che sgobba». Non è facile abitare poeticamente, anche questo tu mi hai insegnato. È necessaria la cordialità, anche se per istinto vorremmo maledire come usano i miscredenti: gli innumerevoli anni in cui hai regalato ai lettori della Stampa la tua citazione giornaliera è stata la rosa (la terza) che hai offerto alle persone incredule che siamo. Ed è necessario sgobbare, sempre: lavorare su se stessi e sui testi, senza fine. La noia di chi rinuncia a sgobbare, la conosci per averla vista, osservata, temuta. Non perché ti appartenga. «Dare gioia è un mestiere difficile»: quando ho visto questa scritta, su un pannello tutto diritto accanto alle tue marionette, ho pensato che è per questa via che la gioia si tramuta in grazia.
Medico in molti frangenti e molti modi. Ma ne vorrei indicare uno, cruciale. Medico delle parole malate, deturpate, morenti. Medico anche di quelle troppo prosperose e ben nutrite. Il mio sogno, da anni, è di ricostruirmi una lista completa delle parole che hai tagliato con la lama della tua filologia, del tuo amore del lògos. Alcune le aborrivo anch’io, da tempo, altre le hai definitivamente bandite dal linguaggio che rispetto. L’igiene filologica è pulizia che tiene in vita la mente, è balsamo che dà consolazione fresca. Non dimentico alcune parole che tu hai trafitto per sempre: niente; impatto; attimino; gihàd; killer; Allah; e non per ultimo Problema, quest’eufemismo che imbellisce il male per non nominarlo. Parole che hai stanato, scavato, rimesso a posto o semplicemente abolito. Le hai salvate. Hai ricordato che all’inizio era lui, il lògos, e in ogni inizio c’è divinità.
Caro Guido, in tutte queste cose mi sei stato e mi sei accanto. Compagno segreto. So lo spazio che mi separa dall’eccelsitudine. Ogni volta che accendo il mio sigaro, ogni volta che addiziono invece di sottrarre, ogni volta che mi fermo in un bar italiano e riscopro l’espresso denso ed epigrafico che gli altri popoli ignorano mi dico: Guido ha pur perdonato a Leopardi l’abitudine biliosa a bere il caffè anziché il tè. Naturalmente bisogna esser Leopardi per ottenere deroghe. Ma siccome sei amico e compagno adolescente, siccome abiti poeticamente e offri farmaci lievi, so che in una parte del tuo cuore mi perdoni e mi sorridi.
Buon anniversario, amato Widus. Che ti sia allato il più delicato degli auguri: Subrisio Saltat. 

Barbara Spinelli, “La Stampa”, 24 agosto 2007 

“La Stampa” del 24 agosto 2007